05 – Anello dei fratelli Bimbi

Rofelle - Montebotolino - Fresciano - Pratieghi - Balze - Schigno - Giardiniera - Gattara - Rofelle

Partenza e Arrivo:
Rofelle (Badia Tedalda)
Lunghezza:
km. 52,4
Dislivello totale in salita:
m. 1.782
Quota di partenza:
m. 711 slm
Quota minima:
m. 480 slm
Quota massima:
m. 1.106 slm

Descrizione

Quest’itinerario è stato individuato per rendere omaggio alla memoria dei fratelli Sildo e Fré Luigi Bimbi (e al cugino Fosco Montini), giovani partigiani del posto che hanno pagato con la vita l’impegno nella lotta di liberazione dal nazifascismo. Si toccano quindi alcune delle località più significative rispetto alla loro vicenda, che viene qui ripercorsa.

Nel 1944 Fré Luigi ha 24 anni, Sildo 23. Sono cresciuti a Siena, dove il padre fa il carabiniere, ma fin da piccoli hanno sempre trascorso i mesi estivi a Rofelle, nella casa natale della madre. Tra il ’41 e il ‘42 sono chiamati entrambi alle armi e frequentano il corso allievi ufficiali dell’Aereonautica. Ma poi arriva l’8 settembre 1943, da cui scaturisce lo sbandamento generale. Fre Luigi è a Firenze: non ci mette molto a raggiungere un posto sicuro quale Rofelle, dove già si trova la madre, e dove vive anche la famiglia dello zio Noé (padre di Fosco Montini). Sildo invece è a Spalato, e per lui il rientro è più difficile: ruba un motoscafo sotto il naso dei tedeschi, che gli sparano addosso senza colpirlo. Poi un altrettanto avventuroso approdo vicino Rimini. Alla fine, anche Sildo giunge a Rofelle: angolo remoto dell’Appennino che sembra ancora risparmiato dalla guerra. Ma la tranquillità è destinata a durare poco: escono i bandi di arruolamento della RSI, e si impone una scelta. I due decidono senza indugi: si va con i partigiani. Con loro, oltre al cugino Fosco (ex-carabiniere) e ad alcuni amici di Rofelle, anche due slavi esperti di guerriglia. Da marzo entrano tutti a far parte dell’VIII Brigata Garibaldi “Romagna”, con Sildo e Fré Luigi al comando ognuno di una squadra.

In primavera diversi distaccamenti dell’VIII Brigata Garibaldi “Romagna” sono dislocati tra S. Agata Feltria, Casteldelci e Badia Tedalda. Operano azioni di disturbo alle costruzioni della Todt, assaltano caserme fasciste, attaccano convogli tedeschi. Tra le azioni di questo periodo, il 14 giugno c’è l’assalto al presidio nazifascista di Rofelle, che scatta dopo che i partigiani hanno catturato una pattuglia italo-tedesca in perlustrazione alle falde del Fumaiolo. Appartenenti al presidio acquartierato a Rofelle, i militi catturati si lasciano sfuggire informazioni su quella che a tutti gli effetti è una piccola caserma, dove si trovano sessanta militi italiani e una decina di tedeschi, con compiti di sorveglianza ai lavori della Linea Gotica. Così, conoscendo i dettagli, la squadra partigiana - non più di una decina di uomini – può organizzare bene l’azione e portarla a termine con successo. L’intera guarnigione, in effetti, colta di sorpresa, viene disarmata senza sparare un colpo; i partigiani obbligano poi i militi a disperdersi, trattenendo come prigionieri i tedeschi. L’aspetto più eclatante dell’operazione, però, è l’enorme bottino in termini di viveri, vestiario, armi, munizioni; per portare via tutto c’è bisogno di requisire diverse coppie di buoi con relative tregge. Un po’ per caso (qualche giorno dopo i partigiani catturano un’altra pattuglia fascista), un po’ per calcolo affrettato dovuto alla facilità dell’azione di Rofelle, il 27 giugno si replica: assalto al presidio nazifascista delle Balze. Ma stavolta l’esito è ben diverso: un sostanziale fallimento. Da cui, oltretutto, trae origine una catena di eventi drammatici. L’assalto viene deciso in base alle indicazioni fornite da uno dei militi catturati, il sergente Calogero Riggi, in forza alla 2ª compagnia del IV Freiwilligen Bataillon Polizei Italien. E’ - questa - un’unità dipendente dall’Ordnungspolizei; guidata da ufficiali tedeschi, ma composta da volontari italiani (ex-soldati del Regio Esercito che hanno giurato fedeltà a Hitler pur di uscire dai campi di internamento). Opera in quest’area al confine tra Romagna, Toscana e Marche da metà giugno ai primi di agosto del 1944; il comando del battaglione, affidato al tenente Lehmann, si trova a S. Piero in Bagno, mentre le tre compagnie sono così dislocate: la 1ª a Pieve S. Stefano e Sarsina; la 2ª a Balze; la 3ª dapprima a Balze, poi a Sarsina e a S. Donato di S. Agata Feltria. Nel corso di tale periodo il battaglione effettua azioni di rastrellamento caratterizzati da un’efferata violenza; oltre ad essere gli autori delle stragi di Tavolicci (22 luglio) e del Passo del Carnaio (25 luglio), gli uomini di questo reparto si macchiano di una sequenza interminabile di crimini compiuti ai danni di civili inermi: rapine, stupri, distruzioni, incendi di abitazioni, esecuzioni sommarie. Dopo la cattura, Riggi finge di passare con i partigiani e li convince ad organizzare un assalto notturno, ma prima che l’azione si compia riesce ad avvertire i suoi. Così, al momento dell’attacco, i partigiani si trovano di fronte l’intera guarnigione schierata e con una “potenza di fuoco” ben superiore alla loro. Si vedono quindi costretti a desistere e a ritirarsi. Ma non basta; nel caos che si determina durante la sparatoria, Riggi riesce a defilarsi e a rientrare nei ranghi. E in seguito saranno proprio le sue informazioni su dislocazione, numero, armamenti, rifugi dei partigiani, a diventare preziose per la controffensiva nazifascista. Che si sostanzia - tra la fine di giugno e i primi di luglio - in una serie di rastrellamenti, durante i quali, località dopo località, morte e violenza sono seminate a piene mani. Uno degli episodi più cruenti si registra il 2 luglio, quando gli uomini del IV PolizeiFreiwilligen-Bataillon-Italien - coadiuvati da militi della GNR di Cesena - effettuano un rastrellamento che coinvolge gli abitati sparsi dislocati sul versante orografico destro del Senatello, ovvero i nuclei di case di Lamone, Bigotta e Montagna, dove stazionano diverse squadre della brigata romagnola. Nel corso dell’operazione vengono catturati sia partigiani che civili, alcuni dei quali malmenati e torturati (tra l’altro, spogliano e picchiano due ragazze, a cui poi rasano il capo con le baionette). Portati dapprima alle Balze e poi a Forlì, alcuni saranno in seguito rilasciati, altri invece finiranno deportati in Germania. Ma i partigiani Getullio Marcelli, Giuseppe Pettinari, Luigi Lazzarini e due triestini rimasti ignoti vengono uccisi subito, mentre Augusto Bardeschi, Agostino Moroni e Giuseppe Casini (quest’ultimo già imprigionato alle Balze dal 28 giugno, dove è stato torturato) sono passati per le armi a Serra delle Balze. A seguito di tali fatti, per alcuni giorni i componenti delle altre squadre partigiane dislocate della zona restano nascosti, poi l’8 luglio i fratelli Bimbi danno appuntamento ai compagni per riprendere l’attività. Il luogo fissato per l’incontro è La Spescia, tra Rofelle e il Monte Loggio; nel corso della mattinata, mentre sono tutti lì ai bordi di un campo, dalla strada sottostante vedono venir su degli uomini. Sono i militi della polizia italo-tedesca, che vanno a sistemare una bandiera di segnalazione di “zona di guerra” divelta dai partigiani. I fratelli Bimbi li avvistano per tempo e avrebbero tempo per andarsene, ma non lo fanno; Sildo li osserva con un cannocchiale; sono circa venti uomini, vestiti in modo trasandato, senza divise; qualcuno ha pure un fazzoletto rosso al collo: i nazifascisti non sentendosi sicuri per precauzione si sono travestiti. Sildo alla fine decide che si tratti di contadini, o tutt’al più di partigiani. Li lasciano quindi arrivare, e quando si rendono conto chi sono veramente è troppo tardi: si ritrovano prigionieri senza neppure possibilità di opporre resistenza. Oltre ai due fratelli, vengono catturati nell’occasione Fosco Montini, Goretto Gori, Loreto Montini e Fortunato Vellati. Sildo e Fré Luigi declinano false generalità: sanno che i loro nomi sono noti ai fascisti. Poi, vengono tutti condotti a lavorare sul Monte Loggio. Nel pomeriggio, terminato il lavoro, il drappello nazifascista con i prigionieri fa rientro alle Balze. La sera stessa sono interrogati dai tedeschi, ma nessuno è riconosciuto come “ribelle”: vengono considerati niente più che buone braccia da destinare al lavoro coatto per la Todt, e difatti, questa è la destinazione loro assegnata.

A Rofelle intanto si è venuto a sapere della cattura, perché uno dei partigiani presenti a La Spescia è riuscito fortunosamente ad evitare la cattura e ha dato l’allarme. Allora la madre dei Bimbi, Clementina, il 10 luglio va alle Balze: insieme a sua cognata Maria - madre di Fosco Montini - va a chiedere la liberazione dei figli o, almeno, di vederli. Ogni istanza viene sgarbatamente respinta, ma alla fine uno dei militi di guardia, un sardo, consente alle donne di parlare per qualche minuto con i figli. I quali le esortano a non preoccuparsi: sta andando tutto bene, già il giorno dopo saranno a lavorare alle fortificazioni della Linea Gotica, dunque… praticamente a casa. Ma a Rofelle non ci sono solo familiari e amici dei giovani catturati; ci sono anche due donne che hanno avuto poco tempo prima un congiunto ucciso dai partigiani perché ritenuto una spia fascista. E le due, alla notizia della cattura dei Bimbi, reagiscono nel peggiore dei modi: si recano anch’esse alle Balze per spiegare che tra i giovani presi ci sono dei capi partigiani, e loro sono pronte a riconoscerli. Viene allora allertato il comandante del battaglione, a S. Piero in Bagno, che nel pomeriggio dell’11 arriva insieme ad un esperto di torture, il famigerato tenente Giacinto Magnati (che sale appositamente da Cesena con i suoi aiutanti). A questo punto si consumano gli atti finali della tragedia: alle donne i tedeschi fanno indossare abiti militari per celarne l’identità, poi le conducono al drammatico confronto. E quando i nazifascisti capiscono di avere tra le mani due capi-squadra partigiani, l’interrogatorio di Sildo e Fré Luigi si trasforma dapprima in un tremendo pestaggio, poi in vera e propria tortura. Che va avanti per ore; quando li riportano con gli altri, sono in un bagno di sangue. La mattina dopo - legati insieme - i due sono trascinati in varie località della zona; ufficialmente per ulteriori riconoscimenti, in realtà per mostrare alla gente che fine fanno i partigiani, ed anche per tentare di estorcere ai fratelli qualcosa: nomi di compagni, rifugi, luoghi in cui sono depositate armi. Ma Sildo e Fré Luigi non parlano; la loro sorte è segnata, e lo sanno. E’ il 12 luglio; nel pomeriggio sono condotti in un luogo appartato, alle Macchiette (nella frazione Torricella di Senatello) e lì vengono fucilati. Tra gli aguzzini ci sono i peggiori elementi di quella famigerata compagnia di polizia italo-tedesca; alcuni sono davvero dei feroci sanguinari: non paghi, dopo la fucilazione infieriscono sui cadaveri, mutilandoli. Infine, li gettano in una fossa coprendoli alla meglio di terra. I loro nomi sono noti: Antonio Pagliarani, Vincenzo Rota, Calogero Riggi e Salvatore Zito (quest’ultimo riconosciuto come il più sadico nei confronti delle vittime). Al termine del processo che si tenne contro costoro nel 1947, la Corte d’Assise di Forlì emise quattro condanne a morte, ma la Cassazione in seguito annullò la sentenza e rinviò alla Corte d’Assise di Viterbo, che nel luglio 1949 assolse tutti per “insufficienza di prove” tranne Rota, per il quale la pena fu commutata in 27 anni di reclusione, in parte condonati e ridotti a 9 anni (ma fu poi scarcerato nel 1953). Ma tornando a quella terribile estate del 1944 va ancora ricordato che il giorno dopo la fucilazione dei fratelli Bimbi, ossia il 13 luglio, la stessa sorta tocca al cugino Fosco. Insieme ai compagni arrestati, Fosco Montini è stato destinato ai campi di lavoro in Germania. Dunque li conducono tutti a Sarsina, da dove dovrebbero proseguire per Forlì. Ma a Sarsina Fosco viene riconosciuto proprio da quel Calogero Riggi a cui un mese e mezzo prima i partigiani non solo avevano risparmiato la vita, ma avevano anche creduto, quando aveva fatto mostra di voler passare dalla loro parte. Adesso Riggi è lì ad accusarlo, ad indicarlo come un “pidocchioso partigiano”. In pratica a condannarlo a morte. Allora lo tirano giù dal carro, lo portano in caserma e lo massacrano di botte. Vogliono i nomi dei suoi compagni, ma Fosco li sfida: “Slegatemi e fatevi sotto una alla volta, poi vediamo chi ha la peggio!”. E’ coraggioso Fosco, fino alla fine; lo picchiano a lungo e poi lo portano via, fuori dal paese. In località Casetta di Calbano un sergente tedesco, dopo averlo costretto a scavarsi la fossa, gli spara un colpo alla testa, a distanza ravvicinata.

In termini di percorso, partiti dalla frazione di Rofelle (dove si trova uno dei pannelli descrittivi del Parco Storico della Linea Gotica di Badia Tedalda), si sale dapprima su asfalto poi su sterrata fino al borgo arroccato di Montebotolino (km 3,8). Da segnalare, poco dopo la partenza, un segnale di legno, a destra, per “Cà Lupardo”: nel piccolo nucleo di case poco distante si trovava l’abitazione in cui si rifugiavano i Bimbi (gli attuali proprietari conservano gli ambienti così come erano nel 1944). Montebotolino fu un castrum medioevale edificato sul sito noto come Poggio del Paradiso, a strapiombo sulla Valle del Marecchia. Alla fine del XIII secolo passò dalla famiglia Catani (di origine longobarda) all'Abbazia dei Tedaldi. Nell'antica fortezza - oggi una chiesa - si può ammirare una bella terracotta robbiana (l'incredulità di San Tommaso). Da qui il panorama è notevole: la vista spazia dall'Alpe della Luna, al Monte Zucca, al Fumaiolo, al Poggio dei Tre Vescovi. Le frazioni di Montebotolino e di Rofelle (e i loro dintorni) furono sedi di fortificazioni tedesche, ma anche teatro di azioni partigiane. Da entrambe tali frazioni si possono percorrere (parte in bici e poi a piedi) alcune deviazioni per visitare siti con resti delle postazioni della Linea Gotica; segnaletica e tempi sono indicati in loco, qui si ricorderà soltanto che la deviazione più corposa (circa 25 minuti a salire e la metà a scendere) consente di raggiungere la sommità di M. Botolino (m. 1.104), dove si trovano, ancora in buono stato di conservazione, un bunker scavato nella roccia e una postazione di tiro della contraerea, collegati tra loro da una lunga trincea. Risaliti in bici, si supera la frazione di Montebotolino proseguendo sulla sterrata che sale tra i boschi, fino a guadagnare i ruderi della minuscola frazione di Serriole (km 8). Poi - dopo breve discesa - si risale a quota 990 m. slm, per scendere quindi decisamente a Fresciano (km 11,6). A Fresciano - una delle frazioni oggi più popolose di Badia Tedalda - si transita nei pressi la chiesa dei Santi Pietro e Paolo dove si trova un'altra terracotta robbiana. Inoltre, con breve deviazione a Fresciano di Sotto (lungo una viuzza che diventa una sorta di mulattiera di campagna), si può raggiungere il Santuario della Madonna delle Grazie, uno dei più antichi e importanti dell'Alta Valmarecchia (conserva una tela del Quattrocento: la Vergine con il Bambino). Questo sito, noto già nel XIII secolo, fu distrutto e ricostruito più volte; l'ultima per volere del cardinal Bevilacqua, nella prima metà del XVI secolo: una leggenda narra che in agosto ci fu una miracolosa nevicata, la cui altezza indicò quella del muro della cappella da edificare, che da allora è chiamata anche Madonna della Neve. Rispetto alle vicende della Linea Gotica, è ancora da ricordare che a Fresciano dai primi di maggio del 1944 (e fino ai primi di luglio) si installa il quartier generale di uno dei reggimenti della 1a Fallschirmjäger-Division, i paracadutisti tedeschi: sono soldati che hanno combattuto in Sicilia, a Cassino e ad Anzio; veterani, dunque, inviati qui per riposarsi presidiando i lavori di costruzione delle fortificazioni. Ripartiti da Fresciano, la strada è di nuovo asfaltata, e in meno di 1 km consente di raggiungere la provinciale, dove si gira a destra e si prosegue fino a Pratieghi (km 16). Si prosegue ancora sulla provinciale in prevalente salita fino a Balze (km 22,1), frazione di Verghereto posta proprio sotto il M. Fumaiolo. Ancora 1 km sulla SP91 (calcolato a partire dalla piazzetta della frazione) e poi si lascia l’asfalto per svoltare a destra, su sterrata. Siamo in località Macchiette; aggirata una casa, si procede in discesa nella boscaglia per circa 700 metri, quindi sulla destra - in una radura protetta da recinto - ecco la cappella voluta dal padre dei fratelli Bimbi sul luogo in cui Sildo e Fré Luigi vennero trucidati, a ricordo del loro sacrificio. Riprendendo, si percorrono ancora 600 metri nella pineta, quindi - nei pressi di un allevamento - si sfocia di nuovo sull’asfalto della SP91, dopo aver superato un cancello di pascolo (da aprire e richiudere).

Si imbocca la provinciale a destra (*) e la si tiene per 3,4 km (27,8 dalla partenza), costeggiando nella seconda parte il Senatello. Si supera quindi il corso d’acqua in località Molino del Raso (l’antico mulino è visibile dal ponte, sebbene semi-nascosto dalla vegetazione). Un chilometro più avanti ecco il Ponte della Lama, con cui si supera il Fosso delle Scalette, e dopo un altro chilometro siamo già all’altezza della Chiesa di S. Biagio, a Schigno. Ancora avanti, ora in discesa, sulla SP91; superata la località di Mercato si raggiunge Giardiniera (sono tutte frazioni della vicina Casteldelci). Questi due nuclei fino agli Anni Cinquanta del Novecento furono i principali luoghi di smistamento del carbone che veniva prodotto nei boschi circostanti, e che arrivava (dalle piazzole delle carbonaie sparse ovunque) su grossi sacchi di tela trasportati dai muli. Qui i sacchi di carbone e carbonella venivano caricati sui camion (prima dell’avvento del motore su carri trainati da cavalli) per essere portati nei luoghi di consumo, prioritariamente Rimini e i centri della costa adriatica. In località Giardiniera (31,9 km dalla partenza) lasciamo la provinciale per svoltare a destra, seguendo le indicazioni stradali per “Gattara”. La stradina, che diventa sterrata, sale toccando piccoli nuclei abitativi (Monte di Sotto e Monte di Sopra) e dopo 2,7 km perviene al bivio della Crocina, dove si tiene a destra (a sinistra si scenderebbe alla frazione di Frassineto e quindi a S. Sofia e Cà Raffaello). Ora, per Gattara rimane un tratto di 5,2 km durante i quali si pedala in bell’ambiente appenninico, tra boschi e prati-pascolo, punteggiati qua e là da casolari e piccolissimi borghi; sulla nostra destra diverse alture tra cui il Monte Loggio. Fatti 1,9 km dalla Crocina si intercettano le case del Trebbio; ancora 400 metri e siamo al Passo della Veduta (831 m. slm); qui comincia la discesa che, dopo aver toccato Campo (borgo rinomato pe i suoi forni e per la presenza di fichi secolari), porta Gattara. Va segnalato che in questo tratto la sterrata è abbastanza sconnessa, occorre quindi affrontare la discesa con cautela. Le località appena citate (Gattara, Campo, Trebbio, Frassineto) il 25 luglio del 1944 furono teatro di un rastrellamento - compiuto dai tedeschi acquartierati a Molino di Bascio - finalizzato alla cattura di alcuni uomini da passare per le armi per rappresaglia.

Il motivo per cui scattò l’operazione è a tutt’oggi incerto. C’è chi afferma - in base al racconto di uno degli scampati - che la rappresaglia si dovette al ferimento di un militare tedesco a Cagnogno (frazione oggi disabitata poco distante da S. Sofia); c’è chi sostiene invece che costui si era auto-inferto una ferita per evitare il fronte, e che la cosa fu subito evidente agli stessi tedeschi, per cui la ragione è da ricercare altrove. Emerge quindi l’ipotesi più accreditata, ossia che la rappresaglia scaturì da un assassinio per gelosia: un ragazzo di Molino di Bascio - conosciuto come Furbicin - frequentava in quelle settimane una giovane sfollata in un casale di Frassineto, ma accortosi che un polacco aggregato alle truppe tedesche le prestava “indebite attenzioni”, si ingelosì a tal punto da perdere la testa e ucciderlo, tendendogli un agguato sulla strada tra il Trebbio e il Monte (riavutosi però dallo scatto d’ira, Furbicin comprese subito l’enormità del gesto e scappò, pare raggiungendo addirittura la Francia; una circostanza, questa, che solleverà la rabbia della gente del posto, specie dei parenti delle vittime). Infine, c’è chi ritiene che il richiamo al commilitone ferito (o ucciso) fu solo un pretesto; si trattò dell’ennesima applicazione della strategia del terrore nei confronti dei civili. A sostegno di quest’ultima tesi vi è, in effetti, la constatazione che l'Alta Valmarecchia e le aree limitrofe - a ridosso della Linea Gotica - tra l’aprile e l’agosto del 1944 furono ripetutamente sottoposte a rastrellamenti e rappresaglie in funzione “preventiva” anti-partigiana (senza cioè che vi fossero collegamenti diretti con atti di aggressione ai danni di militari tedeschi). Veniamo ai fatti. Una cinquantina di soldati tedeschi intorno alle 10 del mattino si mosse da Molino di Bascio salendo dapprima a Gattara e Campo (dove catturarono i primi tre malcapitati) e raggiungendo poi Trebbio. Qui - dove nei giorni precedenti era sfollata la maggior parte degli abitanti di Gattara e Campo per ordine degli stessi tedeschi - le famiglie contadine del posto assistettero impietrite alla scena dell’arresto di diversi uomini. I soldati continuarono quindi verso la Crocina, catturando altri uomini nei casali di campagna sparsi lungo la strada (gli arresti, quella mattina, furono eseguiti tutti con ostentata violenza, davanti alle famiglie, accompagnati da furti e saccheggi). Successivamente scesero tutti verso Frassineto, dove uno degli arrestati - Giovanni Valenti - tentò la fuga. Ma fu colpito alle gambe da una raffica di mitra e cadde a terra, ferito; i tedeschi lo lasciarono lì, senza finirlo, probabilmente nella convinzione che sarebbe morto dissanguato. Più avanti fu catturato ancora un ultimo uomo, il tredicesimo. Poi il gruppo si inoltrò nel bosco percorrendo la vecchia strada che collegava Frassineto a S. Sofia. Poco dopo nella vallata riecheggiò, sinistro, il crepitio delle armi: cinque dei tredici uomini rastrellati, disposti ai bordi di un fosso, furono uccisi a raffiche di mitra e poi finiti con colpi di pistola alla testa. Gli altri otto vennero liberati. Dei cinque uccisi, quattro erano padri di famiglia, il quinto era un giovane appena diciottenne. Oggi, lungo la carrozzabile che da Frassineto porta a S. Sofia una stele di pietra ricorda i loro nomi: Gioiele Gabrielli (18 anni), Olivio Ciavattini (40 anni, padre di 5 figli); Antonio Gavelli (48 anni, padre di 7 figli); Iginio Valenti (42 anni, padre di 10 figli), Angelo Micheli (31 anni, padre di 4 figli). Per chi volesse recarsi sul luogo dell’eccidio ripercorrendo l’ultimo tratto di strada che fecero quel 25 aprile aguzzini e vittime, si tratta di imboccare l’antico sentiero che - partendo dalla chiesina di Frassineto - conduce ai ruderi del Castello di S. Sofia: il tratto è segmentato da alcuni fossi e la fucilazione avvenne proprio nei pressi di uno di tali corsi d’acqua, detto “del Castellaccio” (vi si trova una croce).

Entrando a Gattara si passa davanti alla Chiesa di S. Maria della Neve (subito prima, a destra vicino al fontanile, la targa che ricorda i cinque trucidati a Frassineto). Poi si attraversa il borgo, la cui storia è veramente antica, risalendo addirittura all’Età del Ferro. Nei dintorni sono stati ritrovati reperti di varie culture del passato remoto: da quella celtica a quella attica, da quella etrusca a quella romana. E’ però nel Medioevo che Gattara, assurta al rango di contea (comprendeva anche i castelli di Bascio, Miratoio e Scavolino) crebbe di importanza. Cruciale, in tal senso, la sua posizione strategica, ai confini di territori contesi dai Malatesta e dai Montefeltro. La prima notizia del castello risale al 1145; pochi anni dopo è già in mano ai conti di Carpegna, i quali, con complicate vicende che chiamano in causa, nel tempo, alleanze, matrimoni, guerre, assedi, divisioni familiari, manterranno la contea fino al 1817. Un tempo chiamato Gattaia (nome che sembra derivi dal celtico), il borgo appare appollaiato su un costone circondato da dirupi, gole e fossi. Con un profilo caratterizzato dalla torre trecentesca (unico resto delle difese castellane) e dal campanile della chiesa, del XVI secolo. Lasciata Gattara, si prosegue per 0,8 km in discesa fino a un bivio dove si svolta a destra (indicazioni stradali per “Pierozzi” e “Pian Castellano”). Adesso non resta che seguire la stradina, che costeggia il Marecchia lungo la sponda sinistra. Altri 0,8 km e sulla destra - rialzata dalla strada, in un punto che un tempo era un trivio importante, che collegava il castello di Gattara alla Toscana - ecco la Celletta della Madonna del Rosario, costruita alla fine del Cinquecento e considerata la più antica di tutta la Valmarecchia. Secondo le credenze popolari, i crocicchi di campagna erano i luoghi in cui si davano convegno streghe e diavoli, dunque per allontanare tale pericolo vi si erigevano delle cellette, ossia degli edifici benedetti che diventavano poi col tempo - oltre che luogo di preghiera - un riferimento e un rifugio occasionale per i viandanti. Caratteristica di questa celletta è la presenza, ai lati, di due muriccioli sormontati da lastre: una vera e propria rarità. Procedendo, si superano piccole frazioni - alcune costituite ormai solo da casali diroccati - e tenendo a sinistra nei pochi incroci in cui ci si imbatte, si raggiunge il Poggio, ormai molto vicini a Rofelle. In questo tratto (5,4 km dalla Celletta della Madonna del Rosario, in prevalente salita) si pedala avendo a destra il versante del Monte Prato Lama e a sinistra panoramici affacci sul Marecchia. Anche sui contrafforti sommitali di quest’altura nel 1944 furono sistemate delle fortificazioni (di cui però oggi sono visibili scarsi resti): controllavano questo punto della valle insieme alle dirimpettaie postazioni di Villa Belvedere, sull’altra sponda del Marecchia. Subito oltre Il Poggio la sterrata si immette su asfalto: prendiamo a destra e dopo appena 750 metri siamo di nuovo nel centro del nucleo principale di Rofelle, da dove siamo partiti.

 

(*) Per chi fosse interessato a una breve deviazione diretta alla visita del borgo di Senatello e di alcune emergenze di archeologia pre-industriale nei dintorni: anziché andare a destra si svolta a sinistra, percorrendo la SP91 per 2 km (dislivello in salita 150 metri); si arriva così all’incrocio con la SP130, da imboccare andando a destra (indicazioni per “Alfero”). Fatti 450 metri, si lascia l’asfalto per svoltare a destra, su una stradina bianca che dopo appena 50 metri si abbandona per l’ennesima svolta destra, su sterrata minore (poi pista erbosa). A questo punto comincia una discesa di 1,4 km (perdendo 100 metri di quota) che conduce nel cuore di Senatello, piccolo borgo di antiche origini, forse anteriori all’epoca romana, sebbene l’aspetto odierno sia quello del tipico villaggio medievale, con le case in pietra (il rientro sulla SP92 e il riaggancio all’itinerario principale è poi questione di meno di 1 km). Lungo il tratto in discesa che porta a Senatello si incontrano dapprima i resti di un’antica gualchiera, quindi tre vecchi mulini alimentati ad energia idrica, ed adibiti rispettivamente: alla macinazione del grano per produrre farine alimentari quello più a monte (il Mulino della Vena), alla macinazione di granaglie per animali quello intermedio, e alla produzione di energia elettrica quello più in basso (ha assicurato l’elettricità a Senatello fino agli Anni Sessanta). A proposito delle gualchiere: grazie a macchine mosse da forza idraulica, in questi laboratori si effettuava la follatura della lana e di altri tessuti. Fino al XVII secolo una delle attività principali che vi si svolgeva fu la tintura con il guado (una pianta le cui foglie - macinate con mole di pietra - produceva una poltiglia che costituiva la base dell’omonimo colorante). Immersi nel guado e poi stesi ad asciugare, i tessuti si coloravano del caratteristico blu, tinta di ottima qualità poiché resistente all’usura e alla luce. Peraltro, il guado non serviva solo per tingere lana o tessuti, trovava impiego in molti altri campi: la pittura, la decorazione, la miniatura; persino nella cosmetica. E nel Medioevo divenne una merce così diffusa e pregiata da trasformarsi in bene di scambio, quasi come una moneta. In Alta Valtiberina il commercio fu particolarmente florido, consentendo ad alcune famiglie di arricchirsi in misura tale da ispirare addirittura la definizione di paese della cuccagna (con riferimento al luogo in cui si fabbricavano le cuccagne, ossia le palle di guado). Più in generale, nel Montefeltro il guado dette impulso a un sviluppo economico di rilievo, che andava dalla coltivazione all’estrazione del pigmento, dalla tintura alla cardatura, dalla filatura alla stampa delle stoffe. A partire dal Seicento tuttavia, la produzione del guado conobbe un progressivo abbandono, allorché fu introdotto nelle lavorazioni - proveniente dai paesi coloniali - l'indaco. Oggi rimangono le antiche macine, ma soprattutto i documenti che ci parlano delle tecniche di coltivazione, della conduzione dei maceri, e così via (sono conservati nel Museo dei Colori Naturali a Lamoli di Borgo Pace)